“Modello educativo” e “Modello relazionale” a confronto. Riflessioni

Vorrei riproporre in questo articolo una piccola riflessione che ho proposto durante una mia conferenza tenuta alla manifestazione “Aurora del Benessere” nel 2013, ecco il testo:

……   E’ determinante sottolineare una sostanziale differenza tra 2 tipologie di approccio. L’approccio educativo e l’approccio relazionale.

Entrambi sono ASSOLUTAMENTE indispensabili, e la visione chiara della loro relazione spiega come la tecnica relazionale sia fondamentale, anche per consentire un maggiore sviluppo della tecnica educativa nei riguardi di qualsiasi individuo.

E’ possibile vedere come la modalità educativa serva all’uomo per “apprendere” una regola, una azione, una specifica operazione da compiere o uno specifico schema mentale da utilizzare: muoversi, seguire un percorso, allacciarsi le scarpe, rispettare una regola o un comando….ecc…ecc….

Questo è assolutamente funzionale per la persona, qualsiasi essa sia, normodotata o diversamente abile, in quanto l’educazione rappresenta l’impegno e la responsabilità che quella persona ha a suo carico per poter essere COERENTE con la società che la circonda.

La modalità terapeutica invece, non tende a “insegnare” qualcosa (teorico o pratico che sia) bensì tende a COSTRUIRE nel “Qui&Ora” specifico della situazione, una RELAZIONE che METTA IN CONTATTO SPONTANEAMENTE LA PERSONA VERSO QUANTO GLI VIENE PROPOSTO DAL SUO STATO MENTALE ED EMOTIVO INTERNO E DAL MONDO ATTORNO A LUI.

Stare nel momento.

Questa è una presa di coscienza che permette all’individuo di agire volontariamente perchè egli si sente sicuro che non sono presenti minacce e paure né dentro il suo mondo psichico interno, né nel mondo fisico esterno.

Nel metodo educativo esiste un metro per misurare la prestazione, cioè si può vedere con i propri occhi se la persona fa o non fa quanto gli viene chiesto o insegnato.

Nel metodo terapeutico diventa molto più difficile riuscire a misurare se l’altra persona è “veramente” consapevole, cioè se volontariamente si interessa a ottenere un determinato risultato. E questo vale per ogni persona vivente.

Non è forse vero che chiunque di noi compie delle azioni o esprime delle parole che NON SONO veramente quello che vorremmo fare o quello che veramente pensiamo?

Semplicemente ognuno di noi cerca di mantenere un quieto vivere….sotto continua richiesta di prestazioni e di doveri da compiere, cerca di rispondere e di fare come può anche nei momenti in cui le capacità e le energie non sono sufficienti per ottenere un risultato ottimale.

Arrivare a una risultato perfetto in ogni momento e verso ogni situazione è difficile per ogni essere umano, ma in realtà questo non è necessario. E’ solo necessario PROVARE.

Attraverso un approccio terapeutico, è possibile ottenere un momento di consapevolezza e autodeterminazione nella volontà di “fare” qualcosa da parte delle persone coinvolte.

Allora non si sta solamente manifestando una specifica condotta comportamentale, bensì si è permesso a quella persona di RIVELARE A SE’ STESSA che può agire, può parlare, può vivere attraverso una proposta che REALIZZA LA SUA IDENTITA’.

Logicamente, come ho detto in precedenza, è poi necessario che la sua identità trovata nella dimensione terapeutica, sia una identità che rispetti delle regole e delle coerenze a livello sociale, ed è quindi assolutamente necessaria una dimensione educativa che ”imponga” comportamenti e pensieri funzionali a vivere nel mondo.

Ritengo però importante mettere in risalto che sia MOLTO PIU’ FACILE per ogni persona riuscire a rispettare le regole e le azioni che vengono imposte dal mondo sociale, se prima si è riusciti ad ACCOGLIERE nel migliore dei modi possibili questa stessa persona con i suoi tempi, le sue particolarità e i suoi specifici bisogni di sentirsi SICURO e RICONOSCIUTO NELLA SUA IDENTITA’.

Il movimento deve essere reciproco: l’individuo sacrifica parte delle sue necessità e dei suoi bisogni per vivere nel mondo circostante solo quando il mondo circostante si mostra rispettoso nei suoi confronti.

Concludendo, in un contesto terapeutico, questo rispetto dei tempi e dei modi di ogni persona, molto spesso può portare APPARENTEMENTE a risultati poco soddisfacenti.

(il soggetto non fa quanto richiesto, impiega troppo tempo, continua a sbagliare….)

Però esiste anche un altro modo di vedere le cose…proviamo a riflettere su questo esempio: quando attraverso il metodo educativo si insegna qualcosa, non si tiene conto (come ho detto prima) che molto spesso UNA PERSONA PER QUIETO VIVERE FA ANCHE LE COSE CHE NON VUOLE FARE E DICE ANCHE QUELLO CHE NON PENSA VERAMENTE! 

LA PERSONA A CUI SI INSEGNA QUALCOSA PUO’ ANCHE “FARE” CIO’ CHE GLI SI CHIEDE, MA LO STA FACENDO “VOLONTARIAMENTE”?

CON LA VOLONTA’ DI FARLO? DI SUA LIBERA SCELTA?

Può darsi che i risultati ottenuti siano fantastici “da vedere” ma siamo sicuri che nell’intimo profondo questa persona sia contenta di farlo? E siamo sicuri che manterrà queste competenze acquisite forzatamente? O appena si presenterà l’occasione invece non agirà esattamente in maniera opposta, solo per il gusto di ribellarsi a una imposizione che non ha minimamente tenuto conto delle sue esigenze e dei suoi tempi?

Siamo SICURI che egli non agisca “PER SFINIMENTO” e dentro di sé in realtà non si isoli, non scappi via, o si nasconda nella parte più profonda del proprio IO sperando in cuor suo che tutto finisca il prima possibile?

Forse le nostre indicazioni e le nostre esortazioni hanno per lui una priorità e un valore molto basso.

ABBIAMO LA CAPACITA’ DI NON TRAUMATIZZARE L’ALTRO E DI NON METTERLO IN DIFFICOLTA’?

Forse ci sarà un momento in cui LUI VUOLE GUIDARE A SUO MODO una parte della relazione, e vuole PROPORRE QUALCOSA CHE PER LUI E’ IMPORTANTE.

NOI ABBIAMO LA CAPACITA’ DI COGLIERE QUESTI MOMENTI IN CUI E’ LUI A PROPORRE QUALCOSA?

O siamo troppo concentrati a “insegnargli” cosa noi vogliamo che lui faccia?

Ecco. Questo ritengo sia un punto di riflessione molto importante.

SE ALMENO UNA PICCOLA PARTE DELLA RELAZIONE CHE ABBIAMO CON GLI ALTRI LA DEDICHIAMO AD “ASCOLTARE” I LORO BISOGNI E LE LORO EMOZIONI, forse allora potremmo ricevere in cambio maggiore attenzione durante i momenti “educativi”.

In quanto gli altri si sentirebbero maggiormente a loro agio, avendo la consapevolezza e la serenità che la realtà attorno a loro è una realtà buona, materna, che si preoccupa di loro e li riconosce secondo la loro identità.

(o almeno proviamoci…muoviamoci anche con QUESTA intenzione)

Per finire:

proviamo semplicemente a dedicare un 15% della nostra vita a essere meno “educativi” e meno “direttivi” verso l’altro.

Molto spesso funzioniamo secondo una modalità ON/OFF stile interruttore, perchè abbiamo paura che se ascoltiamo l’altro e i suoi bisogni poi non avremo più possibilità di fare valere i nostri. Molto spesso non capiamo che nella vita fare una cosa NON vuol dire perdere la possibilità di farne anche un’altra, e se “tu vinci” non vuol dire che “io perdo”. Molto spesso si può vincere entrambi, se solo si ha la volontà di farlo.

I risultati saranno incredibilmente straordinari.

Alessandro Querzoli

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